Attraversare la Corea del Sud e il Giappone con Guiness Travel, tour operator specializzato in viaggi organizzati con accompagnatore dall’Italia, permette di sondare il mistero dell’Asia Orientale. Ci si muove tra due nazioni che si guardano da secoli attraverso un braccio di mare, condividendo radici ma sviluppando filosofie di vita opposte. Da un lato la Corea, con la sua energia quasi febbrile, il profumo costante di aglio e peperoncino e un’urgenza di futuro che sembra voler cancellare le cicatrici del passato. Dall'altro il Giappone, dove la modernità non corre, ma scivola silenziosa su binari perfettamente oliati, e dove il rispetto per il vuoto e il silenzio è una forma di religione civile.
Seoul
Seoul ti accoglie con un’intensità che stordisce. Non è una città monumentale nel senso classico; è un organismo vivente fatto di cavi elettrici che sfrecciano sopra la testa e mercati sotterranei che sembrano non finire mai. Se cammini per Insadong, senti subito che l'aria ha un peso diverso: qui la tradizione non è cristallizzata nei musei, ma la trovi nelle mani degli artigiani che lavorano la carta hanji. Ricavata dalla corteccia del gelso, questa carta ha una fibra che sembra pelle. Un tempo ci foderavano le pareti per isolare le case dal gelo invernale; oggi, toccandola tra i banchi del mercato, capisci quanto questa nazione sia legata alla sostanza delle cose. Ma la vera anima della Corea del Sud emerge quando ci si sposta verso nord, verso quella linea immaginaria che taglia in due la penisola: la DMZ. Andare al 38° parallelo è un'esperienza davvero intensa che ti costringe a fare i conti con una drammatica pagina storica. Una volta risaliti all'Osservatorio di Dorasan, la vista è surreale. Attraverso i binocoli si scorge il villaggio di Kijong-dong, in territorio nordcoreano. Lo chiamano "villaggio della propaganda" perché è una scenografia immobile: palazzi colorati ma privi di vetri, strade deserte e un pennone altissimo che sventola una bandiera enorme. È un teatro del silenzio che guarda verso la scintillante Seoul, un promemoria che la pace, quassù, è una tregua molto fragile.
Busan e Gyeongju
Lasciata la capitale, il treno KTX taglia le montagne coreane con una rapidità che annulla le distanze. Ci si ferma a Gyeongju, e qui il paesaggio cambia radicalmente. Non ci sono grattacieli, ma enormi tumuli d'erba che sembrano colline naturali disegnate da un architetto paesaggista. Sotto quei dossi verdi riposano i re della dinastia Silla. Passeggiare tra queste tombe monumentali al tramonto, quando la luce allunga le ombre sul prato perfetto, ti restituisce la misura di una civiltà che vedeva nella terra l'ultimo, onorevole rifugio. Poi la strada punta dritta verso il mare, verso Busan, il polmone del paese. È una città portuale spettinata, dove l'odore del pesce fresco è onnipresente. Il tempio di Haedong Yonggungsa è il posto dove questa natura marinara si sposa con la spiritualità. A differenza della maggior parte dei templi coreani nascosti tra i boschi, questo è letteralmente schiaffeggiato dalle onde. Senti il rumore della risacca che copre i canti dei monaci e vedi la schiuma del mare che bagna le statue di pietra. La sera, la spiaggia di Haeundae diventa il salotto della città: gruppi di ragazzi siedono sulla sabbia bevendo soju, mentre le luci dei ponti e dei grattacieli si riflettono sull'acqua in un disordine luminoso che è l'essenza stessa di Busan.
Tokyo: l'anarchia ordinata e i vicoli del dopolavoro
Tokyo è un incastro di milioni di vite che non si urtano mai. Il vero volto della metropoli però non lo trovi sotto le luci di Ginza, ma nei vicoli di Shinjuku quando cala il sole. C'è un posto chiamato Omoide Yokocho, soprannominato "il vicolo dei ricordi" (o, meno poeticamente, "vicolo dell'urina" per via del suo passato turbolento). È un budello di stradine talmente strette che due persone faticano a incrociarsi. Qui gli impiegati giapponesi, i salarymen, si tolgono la corazza di rigore che indossano tutto il giorno. Siedono su sgabelli traballanti in locali larghi due metri, mangiando spiedini di yakitori cotti su braci di carbone che riempiono l'aria di un fumo denso e profumato. In quel caos di grida, risate e fumo di sigaretta, Tokyo si spoglia della sua perfezione e ti mostra il suo lato più umano e vulnerabile. E poi c'è l'incrocio di Shibuya: migliaia di persone che attraversano contemporaneamente da ogni direzione e che, per una sorta di miracolo, non si scontrano mai. È la dimostrazione fisica di un’educazione civica che è diventata istinto ed una dei must da vivere in un viaggio in Giappone.
Nara e Kyoto
I cervi del parco di Nara sono ovunque. Considerati per secoli messaggeri degli dei, oggi sono i veri padroni della città. Hanno imparato che l'inchino è la moneta di scambio locale: ti guardano fisso, abbassano la testa con grazia e aspettano il loro cracker (shika-senbei). Se tardi a darglielo, però, la grazia finisce subito: ti tirano la giacca, ti frugano nelle tasche e ti spingono con il muso. È un adattamento culturale affascinante: gli animali hanno imparato l'etichetta umana per manipolare i turisti. A Kyoto, invece, bisogna saper cercare il silenzio. Il quartiere di Gion, con le sue case in legno scuro e le stradine di pietra, sembra un set cinematografico. Se sei fortunato e vedi una Maiko scomparire dietro una porta scorrevole, senti il rumore secco dei suoi zoccoli di legno (okobo) sul selciato. È un suono che appartiene a un altro secolo. Ma il momento di vera connessione avviene ad Arashiyama, nella foresta di bamboo. Le canne verdi sono altissime e chiudono il cielo sopra la testa; quando il vento soffia, le canne oscillano e sbattono tra loro producendo un suono legnoso, un crepitio profondo che i giapponesi hanno inserito nella lista dei suoni nazionali da proteggere. In quel rumore c'è tutto il Giappone: la forza flessibile del bamboo che si piega ma non si spezza, e la capacità di trovare il sacro nel fruscio di una foglia.
Osaka
Il tour Corea e Giappone si chiude ad Osaka, che è l'esatto opposto della riservata Kyoto. Qui il protocollo non esiste. Gli abitanti di Osaka sono famosi per essere schietti, rumorosi e ossessionati dal cibo. Esiste una parola, Kuidaore, che significa letteralmente "mangiare fino a cadere in rovina". A Dotonbori, sotto le insegne meccaniche giganti dei granchi e i neon dei corridori, devi provare i takoyaki. Sono palline di pastella e polpo bollenti, servite in barchette di cartone. Ti brucerai la lingua, è garantito, ma è il battesimo necessario per capire questa città pragmatica che preferisce una buona griglia a un inchino formale. Dall'alto dell'Umeda Sky Building, guardando l'infinito tappeto di luci che si stende verso il mare, capisci che questi due mondi, Corea e Giappone, non smetteranno mai di inseguire il progresso, pur mantenendo salda la loro identità. Si torna a casa con l'odore del carbone di Tokyo e il sapore del peperoncino di Seoul addosso, ma soprattutto con la consapevolezza che, in questa parte di mondo, il futuro ha radici che affondano molto in profondità.
